La Rivoluzione Verde degli anni Cinquanta

L’autore, Piero Bevilacqua, è stato professore ordinario di Storia Contemporanea, all’Università di Roma La Sapienza. Ha curato l’opera in tre volumi “Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea” (Marsilio, 1989-1991) ed è uno degli studiosi chiamati a partecipare al “Manifesto Food for Health” di Vandana Shiva.

Per una storia dell’agricoltura contemporanea si deve in primo luogo ricordare che l’attuale assetto produttivo del mondo agricolo deriva dalla “Rivoluzione Verde” degli anni Cinquanta del Novecento, che impose un nuovo approccio tecnologico basato sull’uso di sementi ibride, soprattutto di mais, riso e frumento, che risultavano molto produttive in terreni abbondantemente concimati e irrigati. Si rese quindi necessario usare fertilizzanti chimici e pompe idrauliche al fine di ottenere rendimenti elevatissimi e crescenti.

Vennero realizzate in laboratorio e selezionate varietà di piante che si adattavano a tutti gli habitat e in grado di fronteggiare le piu varie avversità. All’aumento della produttività agricola iniziarono però a manifestarsi effetti collaterali destinati ad aggravarsi nel tempo, come l’uso intensivo delle concimazioni chimiche e i conseguenti danni all’ambiente, la separazione dell’allevamento di bestiame dall’azienda agricola e l’emarginazione dei contadini poveri, costretti a comprare concimi chimici, e di quelli collocati in zone aride, che non disponevano dell’acqua necessaria. Vaste aziende a monocultura si sostituirono alle piccole imprese agricole fondate sulla policultura e i piccoli proprietari diventarono braccianti salariati oppure emigrarono.

Per Salvatore Ceccarelli il danno maggiore fu “la drammatica riduzione della biodiversità agricola”, centinaia di varietà locali scomparvero mentre le nuove varietà erano tutte molto simili nella loro costituzione genetica. I contadini che avevano sempre avuto la prerogativa della riproduzione dei semi iniziarono a dover comprare le nuove varietà dalle grandi aziende sementiere che presto diventarono multinazionali. Inoltre le nuove monocolture geneticamente uniformi erano più esposte a patologie che potevano diffondersi in tutto il mondo.

Le conseguenze del nuovo modello produttivo sono state molteplici, anche per l’ambiente. Negli ultimi anni si è sottolineata l’importanza del suolo come deposito di carbonio, che una volta liberato in atmosfera diventa gas serra. La sua dispersione non è solo causata dalla cementificazione ma anche dall’agricoltura industriale. L’aratura profonda del terreno libera ogni anno una tonnellata di anidride carbonica per ettaro mentre i fertilizzanti azotati emettono protossido di azoto, un gas serra superiore 300 volte a quello dell’anidride carbonica.

Ma i danni maggiori sono quelli prodotti al suolo dalla fertilizzazione chimica: rende inerte la sua sostanza organica, contaminandolo con metalli pesanti. Quindi con gli anni si rende sterile la terra e si rende necessaria la ricerca di nuove terre fertili. Senza contare che per produrre i concimi chimici si devastano ampi territori in tutto il mondo con le estrazioni minerarie.

Negli ultimi decenni oltre ai fertilizzanti si sono imposti anche gli erbicidi chimici, per risparmiare l’impiego di lavoro umano ed eliminare erbe infestanti, e i pesticidi organofosfati per combattere i parassiti. I diserbanti hanno però provocato la riduzione della ricchezza floristica e aumentato il numero di infestanti delle poche specie rimaste, che sono divenute più resistenti ai trattamenti.

Oggi prosperano poche irriducibili infestanti, come la sorghetta nella pianura padana, occupata da monocolture di mais. I pesticidi d’altra parte, sebbene divenuti più mirati, uccidono sia gli insetti predatori naturali, come le api, che quelli dannosi di cui semmai è drasticamente aumentato il numero di quelli resistenti al trattamento. Ma il vero paradosso è che il primo agente delle patologie delle coltivazioni è la progressiva sterilizzazione chimica del suolo, che lo indebolisce, compromettendone l’equilibrio.

Consumo delle risorse

Lo sfruttamento del suolo non è necessario solo all’alimentazione umana. Secondo dati Fao il numero di animali allevati in modo intensivo si è triplicato, passando da 7,3 miliardi nel 1970 ai 24,2 miliardi del 2011. La produzione di foraggio per miliardi di animali ha causato il propagarsi di sterminate monocolture di mais e soia, soprattutto in Argentina, Brasile, Stati Uniti. Qui con concimi ed erbicidi chimici vengono coltivate piante OGM come la soia Roundup, geneticamente modificata per resistere a un potente erbicida, il glifosato, noto per produrre danni al suolo, alla fauna e alla salute umana.

Queste aziende agricole come anche quelle zootecniche hanno preso il posto della piccola agricoltura contadina e hanno reso necessaria la continua ricerca di terre, sottratte anche alle foreste, come mostrano i continui disboscamenti in Amazzonia. “Poche piante per produrre merci in quantità gigantesca”, eliminando ogni biodiversità e provocando l’erosione del suolo. L’effetto inquinante degli allevamenti intensivi è poi enorme per la massa di escrementi che diventano rifiuti acquiferi (waste water). Acqua già compromessa dai contaminanti chimici.

L’agricoltura industriale ha inoltre bisogno di enormi quantità di petrolio. Quest’ultimo è necessario per scavare il potassio e i fosfati con cui si realizzano fertilizzanti chimici, diserbanti e pesticidi, per produrre l’azoto, per alimentare pompe idriche e tutte le macchine che si usano in agricoltura. Così questo tipo di agricoltura insieme agli allevamenti intensivi contribuisce al riscaldamento globale con una percentuale superiore al 30%.

Si deve però riconoscere all’agricoltura industriale di aver aumentato la quantità di cibo disponibile e di aver consentito anche ai ceti più poveri, nei paesi avanzati, di accedere a un’alimentazione a buon mercato ma la ricerca scientifica si è anche concentrata sugli effetti che questo tipo di alimentazione ha sulla salute umana. L’essere umano è “il supremo bioaccumulatore vivente”, assorbe tutte le tracce chimiche ovunque presenti, nel cibo, nell’aria e nell’acqua, e questa mescolanza, al di là della singola sostanza, desta preoccupazione. L’abbondanza di cibo ha inoltre favorito la diffusione di malattie come l’obesità, ha creato una uniformità alimentare, spinta anche dall’agrobusiness degli USA, ha fatto dimenticare l’orrore che si nasconde dietro alla disponibilità di carne a buon mercato.

L’obiezione che viene più frequentemente mossa a chi cerca alternative all’agroindustria contemporanea è che nessun altro modello produttivo potrebbe assicurare le quantità di derrate alimentari necessarie al pianeta. In realtà alcuni studi dimostrano che i metodi biologici, in certe condizioni, possono fornire rese superiori a quelle dei metodi convenzionali (senza gli effetti collaterali di questi ultimi).

Inoltre bisogna ricordare che nei Paese avanzati domina un’agricoltura eccedentaria, che produce più del necessario. In Europa per sostenere i costi dei produttori, dalla fine degli anni Sessanta notevoli quantità di cibo iniziarono ad essere distrutte. Come rimedio nel 1988 si decise di dare indennizzi monetari a chi lasciava incolte le proprie terre, il che ha portato alla chiusura di migliaia di piccole aziende agricole e all’abbandono di milioni di ettari di terre coltivate. Negli Stati Uniti la sovrapproduzione di cereali ha generato come risposta la corsa al carburante verde.

Bisogna peraltro ricordare che tra fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento i Paesi ricchi smisero di dipendere dalle loro terre e divennero consumatori di cibo globale. Nella seconda metà del Novecento molti paesi dell’Asia centrale, dell’Africa, dell’America centromeridionale hanno prodotto nei propri campi cibo destinato all’estero. Le famiglie non producevano più cibo per se e non riuscivano ad acquistarlo sul mercato.

Da qui la creazione di periferie degradate e nuove forme di sfruttamento e semischiavitù, sia nei Paesi poveri che in quelli avanzati con le varie correnti migratorie. I coltivatori inoltre possono produrre il cibo solo secondo le modalità imposte dai venditori, che siano multinazionali o grande distribuzione e per questo devono ottenere il massimo della produttività del suolo, contribuendo a distruggere la fertilità della terra, ad aumentare l’inquinamento e a produrre cibo con qualità organolettiche scadenti.

Possibili alternative

Le alternative ci sono e si stanno già attuando: molti Paesi del sud e dell’Oriente del mondo hanno capito il fallimento del piano di trasformare le agricolture contadine in aziende destinate al mercato internazionale. Senegal e Niger hanno in parte abbandonato le colture da esportazione per produrre riso e diventare autosufficienti sul piano alimentare. Per molti la nuova strada è quella di sostenere i contadini poveri perché possano produrre cibo oltre la pura sussistenza, tornando alle pratiche contadine e abbandonando i concimi chimici. Anche senza l’azione degli Stati si è tornati ad agricolture di piccola scala, fondate sulla policoltura, ossia sulla mescolanza nello stesso campo di più varietà di piante, come avviene in Africa, in Sudamerica, in Cina.

Negli ultimi anni soprattutto, per merito di contadini, agronomi e scienziati si è imposta, come nuovo paradigma produttivo, l’agroecologia che concepisce “l’attività economica per la produzione di cibo come una pratica interna agli equilibri e alla produttività della biosfera”, in risposta ai processi di riscaldamento climatico, al caos climatico, all’esaurimento delle risorse (acqua, suolo, foreste). Come afferma Vandana Shiva, ” la soluzione per la crisi climatica, la crisi alimentare e la crisi idrica è una sola: i sistemi colturali biologici basati sulla biodiversità”.

La coltivazione di più piante rispetto alle monocolture assolve a una molteplicità di fini diversi: fa un uso efficiente dell’acqua e delle sostanze nutritive del terreno, riduce la presenza di malattie e di erbe infestanti, fornisce reddito e cibo per la famiglia nelle zone più povere. L’obiettivo è “produrre cibo affrontando le varie avversità con pochi imput esterni e trovando le risorse necessarie all’interno dei cicli naturali e dei loro processi generativi”.

Rientrano nell’agroecologia tutti i modelli produttivi che operano con piena consapevolezza ecologica, come l’agricoltura biologica e quella biodinamica che oggi si inscrivono all’interno del progetto “Green Deal, Europa primo continente a impatto climatico zero entro il 2050”, che ha anche l’obiettivo di raggiungere entro il 2030 una superficie del 25% coltivata a biologico (la percentuale attuale in Italia è del 15,5%).

In Italia “una vera e propria rivoluzione culturale è partita dalle città, più precisamente dal cibo, dal rifiuto di un’alimentazione sempre più omologata e scadente, che a partire dagli anni Cinquanta del Novecento si è andata imponendo in tutto il Paese”. Dagli anni Duemila, per merito di Slow Food si sono riscoperte le molteplici biodiversità del territorio e, soprattutto, dal 2004, con l’iniziativa di Terra Madre che raduna ogni due anni agricoltori, allevatori e pescatori da tutto il pianeta, si sono abbatture le barriere tra il mondo della produzione del cibo e quello del consumo urbano, ridando valore e significato moderno al lavoro del contadino.

Oggi “sempre più i cittadini consumatori non cercano nel cibo solo un alimento più sano di quello industriale, ma desiderano intessere rapporti umani con le persone e con luoghi, esprimono l’aspirazione a un nuovo stile di vita.”

“Un’agricoltura per il futuro della Terra”

Piero Bevilacqua, Slow Food Editore, 2023

 

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bevilacqua –la progressiva sterilizzazione chimica del suolo

bevilacqua –L’agricoltura industriale ha inoltre bisogno di enormi quantità di petrolio

bevilacqua –L’essere umano è “il supremo bioaccumulatore vivente”, assorbe tutte le tracce chimiche ovunque presenti, nel cibo, nell’aria e nell’acqua

bevilacqua —– Negli ultimi decenni oltre ai fertilizzanti si sono imposti anche gli erbicidi chimici, per risparmiare l’impiego di lavoro umano ed eliminare erbe infestanti, e i pesticidi organofosfati per combattere i parassiti. I diserbanti hanno però provocato la riduzione della ricchezza floristica e aumentato il numero di infestanti delle poche specie rimaste, che sono divenute più resistenti ai trattamenti…

bevilacqua—– Oggi prosperano poche irriducibili infestanti, come la sorghetta nella pianura padana, occupata da monocolture di mais. I pesticidi d’altra parte, sebbene divenuti più mirati, uccidono sia gli insetti predatori naturali, come le api, che quelli dannosi di cui semmai è drasticamente aumentato il numero di quelli resistenti al trattamento. Ma il vero paradosso è che il primo agente delle patologie delle coltivazioni è la progressiva sterilizzazione chimica del suolo, che lo indebolisce, compromettendone l’equilibrio…

bevilacqua —– Lo sfruttamento del suolo non è necessario solo all’alimentazione umana. Secondo dati Fao il numero di animali allevati in modo intensivo si è triplicato, passando da 7,3 miliardi nel 1970 ai 24,2 miliardi del 2011. La produzione di foraggio per miliardi di animali ha causato il propagarsi di sterminate monocolture di mais e soia, soprattutto in Argentina, Brasile, Stati Uniti. Qui con concimi ed erbicidi chimici vengono coltivate piante OGM come la soia Roundup, geneticamente modificata per resistere a un potente erbicida, il glifosato, noto per produrre danni al suolo, alla fauna e alla salute umana…

bevilacqua—– Queste aziende agricole come anche quelle zootecniche hanno preso il posto della piccola agricoltura contadina e hanno reso necessaria la continua ricerca di terre, sottratte anche alle foreste, come mostrano i continui disboscamenti in Amazzonia. “Poche piante per produrre merci in quantità gigantesca”, eliminando ogni biodiversità e provocando l’erosione del suolo. L’effetto inquinante degli allevamenti intensivi è poi enorme per la massa di escrementi che diventano rifiuti acquiferi (waste water). Acqua già compromessa dai contaminanti chimici…

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bevilacqua—– Si deve però riconoscere all’agricoltura industriale di aver aumentato la quantità di cibo disponibile e di aver consentito anche ai ceti più poveri, nei paesi avanzati, di accedere a un’alimentazione a buon mercato ma la ricerca scientifica si è anche concentrata sugli effetti che questo tipo di alimentazione ha sulla salute umana. L’essere umano è “il supremo bioaccumulatore vivente”, assorbe tutte le tracce chimiche ovunque presenti, nel cibo, nell’aria e nell’acqua, e questa mescolanza, al di là della singola sostanza, desta preoccupazione. L’abbondanza di cibo ha inoltre favorito la diffusione di malattie come l’obesità, ha creato …

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